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Dalla dimensione intima alla complessa questione delle identità. Un viaggio alla ricerca di un valore fondamentale per la collettività, la cui cura sembra oggi un atto di resistenza.
Tappa 01
Corridoio Rosa A 5
02.55
Tappa 02
Corridoio Giallo 12
05.52
Tappa 03
BTTF 7
08.39
Tappa 04
DS 9
11.29
Tappa 05
PF 4
14.28
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Buongiorno! Ti diamo il benvenuto ad Artissima 2025. Questo è il progetto AudioGuide e stai ascoltando la traccia numero 2 intitolata “Della dignità”. Un itinerario che attraversa le molteplici forme dell’identità e della relazione, interrogando il significato “della dignità” come spazio di resistenza, cura e riconoscimento reciproco. Il percorso apre un’indagine sul sé e sull’altro in tempi fragili, segnati da conflitti, ingiustizie e da una contemporaneità esacerbata da violenza sistemica, iper-visibilità e richieste costanti di iper-performatività. In questo scenario, gli artisti e le artiste si fanno portatrici di un gesto rivoluzionario e antagonista: un movimento di cura reciproca e tensione verso l’altro, che si traduce in una forma di disobbedienza poetica e quotidiana contro l’indifferenza e lo stereotipo. In questo solco, la vulnerabilità diventa soglia e possibilità – ciò che ci spinge a riaffermare valore nella vita e nella differenza. Le riflessioni che incontreremo oggi ci invitano a “staying with the trouble”, “stare con il problema”, così come scriveva Donna Haraway; a non rimuovere la complessità del mondo contemporaneo, ma ad abitarla con consapevolezza, restituendo centralità alla relazione. Negli ultimi anni, questa postura si è trasformata in una pratica culturale e politica diffusa dentro una cornice più ampia e intersezionale, che attraversa non solo pratiche artistiche, ma anche movimenti ecologici, collettivi transfemministi e comunità di ricerca scientifica, diventando un modo condiviso di rispondere alla problematicità del presente. “Della dignità” invita alla continua rinegoziazione del valore dell’identità — singola e universale–, attraverso una costellazione di opere, ricerche e linguaggi che ne rivelano le molteplici declinazioni. L’esperienza raccoglie considerazioni collettive, fino ad approdare a una dimensione più intima e affettiva, dove vulnerabilità e prossimità si trasformano in gesti di affermazione e di auto-rappresentazione. Le audioguide sono state sviluppate per Artissima dalle mediatrici e dai mediatori di Arteco. Questo percorso è stato curato da Camilla Zennaro. Siamo pronti per partire. Metti in pausa il tuo player e dirigiti verso la sezione Monologue/Dialogue dove cominceremo il nostro tour. Troverai la stand della galleria Fuoricampo lungo il corridoio Rosa A al numero 5, Premi play una volta che sarai lì.
Benvenuti e benvenute nella sezione Monologue/Dialogue. La Galleria Fuoricampo di Pisa, dedicata a giovani artisti e ricerche sperimentali, presenta oggi per Artissima 2025 un intervento di Davide Sgambaro. Davanti a noi, la superficie dei muri porta i segni di un’azione che non ci è data vedere, di un evento che si sottrae alla presenza, ma continua a farsi percepire attraverso le sue conseguenze materiali. Vi starete chiedendo: siamo forsi arrivati in ritardo? La pratica di Davide Sgambaro restituisce forme di resistenza ai paradossi identitari e agli stereotipi presenti nell’ordine sociale e culturale contemporaneo. In quest'opera dal titolo “Whistle and I Will Come to You (my love)”, l’artista introduce un margine di rischio e di imprevedibilità: interviene direttamente sui pannelli dello stand usando materiali pirotecnici. L’esplosione, controllata, ma mai del tutto prevedibile, genera una costellazione di segni, bruciature e pattern che si ripetono senza mai coincidere. Ciò che osserviamo è dunque una traccia dell’azione, una memoria fisica dell’evento che l’ha prodotta, in cui l’autorialità si confonde con il caso e l’intenzionalità si dilata in un processo aperto. “Whistle and I Will Come to You (my love)” fa parte di una serie più ampia di lavori simili che Sgambaro porta avanti dal 2022, e si colloca in uno spazio temporale in cui la dimensione performativa è sostituita da un tempo postumo, quello del residuo. L’artista sembra interessato non tanto al gesto in sé, quanto alla sua invisibilità. È in questo cortocircuito che si genera un glitch narrativo: un’interruzione ironica e insieme critica del flusso espositivo. Nei suoi lavori Sgambaro mette in discussione la necessità stessa di produrre, di esibire, di performare, come se ogni tentativo di manifestarsi fosse inevitabilmente destinato a fallire. La frattura che ne deriva riflette una condizione più ampia e condivisa: quella di una generazione sospesa tra il desiderio di agire e la consapevolezza dell’impossibilità di incidere. La tensione tra energia rivoluzionaria e impotenza sistemica diventa una condizione di possibilità: un gesto trattenuto, un atto mancato, che conserva comunque valore politico collettivo. Se vuoi approfondire il lavoro di Davide Sgambaro, in occasione di Artissima la GAM di Torino inaugura “L’Intruso”, il programma che lo vede invitato a dialogare con le mostre e le collezioni del museo. Abbiamo terminato la nostra prima tappa. Metti in pausa il tuo player e prosegui verso la galleria Janizewski nella Main Section, lungo il corridoio giallo al numero 12. Premi play una volta che sarai lì. Ti aspetto!
La seconda tappa del nostro percorso ci conduce nella Main Section della Fiera, presso la Galleria berlinese Janizewski. Ci spostiamo ora nella dimensione intima di una cameretta. Al centro dello stand, un letto disfatto restituisce la percezione di un corpo irrequieto, che vi si agita, suda e lascia tracce del proprio passaggio. Il motivo del letto è al centro della precisa e calibrata ricerca concettuale che porta avanti l’artista tedesca Rebekka Benzenberg: un rifugio affettivo, seducente ma, al tempo stesso, un luogo potenziale di fragilità e decadimento. Artisti come Tracey Emin, Louise Bourgeois e Felix Gonzalez-Torres hanno trasformato il letto in un simbolo di rivoluzione, un luogo dove l’intimità si fa linguaggio politico. Benzenberg riprende da queste figure l’impulso a rendere pubblico e radicale ciò che è intimo e privato. In questo caso, “Peace will come and with it sleep” è un letto abitato da un corpo disteso: una scultura in resina realizzata dall’artista ricoperta da un velo, che sembra trovarsi in un precario limbo tra terapia e distrazione paralizzante. L’opera, tratta dal calco della ninfa del Düssel nel “Malkastenpark” di Düsseldorf, rielabora una statua vandalizzata, distrutta e mai ricostruita. In questo gesto di riscrittura, Benzenberg riassume la sua riflessione sulla violenza insita nella condizione femminile. Partendo da riferimenti alla storia dell’arte e dalle loro implicazioni sul concetto di corpo e di femminilità, l’artista mette in discussione le nozioni di trauma, patologizzazione e depressione. La sua prospettiva, in parte autobiografica, abbraccia i contesti sociali nella loro complessità, interpretando la malattia mentale come una forma di reazione — una ribellione dei corpi contro le logiche del capitalismo contemporaneo. Benzenberg sovverte l’idea che la vita debba produrre valore per essere considerata degna, restituendo alla vulnerabilità una forza trasformativa. La sua è una critica sottile alla logica neoliberista che misura l’esistenza in termini di efficienza e produttività, relegando cura e interdipendenza ai margini. Sospese tra presenza e assenza, fragilità e posizionamento, le sue opere rendono visibile ciò che la società tende a occultare: corpi e memorie che rifiutano di essere normalizzati. Allora ci chiediamo, quale forma di resistenza collettiva può emergere da questa vulnerabilità? Metti in pausa il tuo player e dirigiti verso il corridoio lilla nella sezione Back to the Future. Troverai la galleria Lovay al numero 7. Premi play una volta che sarai lì. Ti aspetto!
La terza tappa del nostro percorso ci conduce alla sezione Back to the Future, presso la galleria Lovay. Abbiamo lasciato lo stand di Rebekka Benzenberg con questa domanda: quale forma di resistenza collettiva può emergere dalla vulnerabilità? A rispondere è il lavoro di Gretta Sarfaty, tra le prime artiste che negli anni 70’ ha portato al centro del discorso artistico le questioni di genere, facendo della rappresentazione di sé un potente atto politico. Attivista e performer, in quegli stessi anni faceva parte del Grupo de Vanguarda a Rio de Janeiro, collettivo artistico che operava in opposizione alla dittatura militare brasiliana. Per Sarfaty, il corpo non è mai stato un soggetto da mostrare, bensì un campo di resistenza, un linguaggio di sperimentazione attraverso cui affermare sé stessa. Nel 1979, quando partecipa al festival “Journées interdisciplinaires sur l’art corporel et performances” al Centre Pompidou, insieme a figure come Dan Graham, Lea Lubin e VALIE EXPORT, Sarfaty ridefinisce la relazione tra sguardo e corpo femminile. Attraverso fotografia, performance e pittura, la sua ricerca si fonda su una tensione costante tra vulnerabilità e potere. Lovay presenta oggi una raccolta di fotografie storiche e fotolitografie originali su acetato realizzate tra il '75 e il '78 con le serie “A Woman’s Diary e Transformations”. Nella prima, Sarfaty esplora le possibilità dell’auto-fiction attraverso la manipolazione fotografica: decostruisce e distorce la propria immagine, moltiplica il volto e altera la postura, creando tra il riconoscibile e l'estraneo. Nella seconda, questi strati convergono in un processo ossessivo che, attraverso la ripetizione dell’immagine, mettono in discussione categorie di genere e stereotipi, rivelando al contempo l’influenza della Pop Art, del consumismo e il ruolo dei media nella rappresentazione femminile. Raffigurandosi volutamente informe, astratta a tratti bestiale, l’artista espone la propria intimità, generando una soggettività collettiva. Le fotografie e le fotolitografie su acetato, così come l’iconica serie “Auto-Fotos”, documentano un corpo che diventa superficie critica — uno spazio di negoziazione. Per Sarfaty, la dignità non è una condizione data, ma una pratica: la capacità di abitare il proprio corpo e riscrivere costantemente i confini di sé. Metti in pausa il tuo player e prosegui lungo il corridoio lilla verso lo stand della galleria Fonti nella sezione Disegni, al numero 9. Premi play una volta che sarai lì. Ti aspetto!
Il nostro percorso continua con la galleria Fonti nella sezione Disegni. Incontriamo ora l’artista zimbabwese Felix Shumba. Nato nel 1989, attualmente vive e lavora a Masvingo, nel sud del paese. Attraverso una serie di disegni a carboncino realizzati tra il 2024 e il 2025, Shumba indaga le intersezioni tra memoria, trauma e potere, collocando la propria ricerca nel contesto del discorso postcoloniale. Le sue opere prendono forma all’interno di quello che l’artista stesso definisce “Fold Fields Space”: ambienti, reali e mentali, segnati dal trauma, dal danno ecologico e dal controllo militare. Tra i nuclei centrali della sua ricerca emergono riferimenti alla violenza che accompagna l’ascesa dei movimenti di estrema destra, ma anche a episodi rimossi della storia coloniale, come la guerra chimica condotta in Rhodesia — l’attuale Zimbabwe — sotto il regime segregazionista rimasto al potere fino al 79. Le tracce della storia coloniale diventano parte integrante di un paesaggio che sembra respirare da solo: denso, poroso, dove ogni figura è al tempo stesso manifestazione e sintomo. Sul bianco della carta emergono figure scure — alberi capovolti, animali, volti — presenze che abitano un ecosistema percettibilmente contaminato. I disegni sono eseguiti con carboncino autoprodotto tramite pirolisi, un processo che trasforma il legno in materia nera e volatile. La scelta non è solo tecnica, ma concettuale: ogni segno è una combustione, un residuo organico che, nella sua ambiguità, si fa persistenza. In questo orizzonte, il suo universo visivo si confronta con ciò che il filosofo Timothy Morton definisce “iperoggetti”: entità pervasive, che agiscono oltre la nostra percezione e continuano a manifestarsi nel tempo. L’artista ne restituisce la presenza sensibile, rendendo visibile ciò che sopravvive del trauma e della materia tossica del passato. Nel suo insieme, la produzione di Felix Shumba intreccia narrazioni speculative e distopiche con una tradizione artistica che ha fatto della materia povera un linguaggio di resistenza — da William Kentridge a Marlene Dumas, fino alle pratiche post-estrattiviste della diaspora africana. Lavorando tra archivi storici e autobiografia, indaga le strutture di dominio che ancora plasmano il presente, costruendo una poetica della persistenza: un modo per dare corpo al trauma senza fissarlo, per trasformare la ferita in linguaggio visivo. Abbiamo terminato la nostra quarta tappa. Metti in pausa il tuo player e dirigiti poco più avanti alla galleria Lehmann nella sezione Present Future al numero 4. Premi play una volta che sarai lì. Ti aspetto!
Il nostro percorso si conclude nella sezione Present Future, con la galleria portoghese Lehmann, attiva dal 2017 con l’intento di promuovere l'arte contemporanea portoghese sulla scena internazionale. In occasione di Artissima 2025, Lehmann presenta l’artista João Gabriel, la cui ricerca ci invita, con sensibilità e misura, a scoprire una nuova sfumatura del senso di dignità. Nel dibattito pubblico contemporaneo, la parola “dignità” è spesso evocata come difesa, raramente come possibilità. La legittimità del desiderio, invece, si conquista nello spazio fragile tra visibilità e silenzio, tra l’essere semplicemente osservati e l’essere realmente riconosciuti. Nelle opere di Gabriel questa tensione prende forma pittorica i cui soggetti, corpi maschili immersi in una luce sospesa e naturale, sono prossimi al contatto ma mai completamente esposti, abitano un tempo intermedio in cui l’intimità diventa una rivendicazione. Con un pratica tradizionale e allo stesso tempo radicale – l’olio su tela – Gabriel riafferma l’attualità del linguaggio pittorico come spazio di esposizione e reclamo e allo stesso tempo di introspezione. Nei suoi nudi, rielabora una dimensione simbolica, nostalgica e quasi bucolica del desiderio attraverso un immaginario visivo ispirato al cinema queer underground degli anni ’70 e ’80. Un periodo cruciale per la cinematografia LGBTQ+, segnato da un’intensa liberazione espressiva che, seppur breve, trasformò radicalmente le modalità di rappresentazione della comunità queer, prima che l’epidemia di HIV ne interrompesse bruscamente il corso, riportando con sé nuove forme di censura. Nelle tele di Gabriel, la memoria di quella libertà sospesa riaffiora nei corpi che dipinge: presenze vulnerabili ma assertive, in cui l’intimità diventa gesto di resistenza e autoaffermazione. Pur essendo evocativa, la sua pratica pittorica va oltre la semplice rappresentazione, contribuendo alla normalizzazione delle narrazioni queer e omoerotiche nell’arte contemporanea. Restituisce al linguaggio artistico la capacità di raccontare la complessità dell’affettività, mostrando come la dignità si costruisca nell’abitare la propria vulnerabilità, nel riconoscere sé stessi e l’altro, e nel trasformare la vicinanza in un atto di resistenza collettiva. Abbiamo terminato la nostra quinta e ultima tappa. Speriamo che questo percorso ti abbia stimolato e incuriosito. Se vuoi un altro punto di vista sulla fiera, torna all’info point o sulla landing page delle AudioGuide e seleziona un altro percorso! A presto e buona Artissima!