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Il pianeta di Babele

Un’esplorazione ad ampio raggio della nuova edizione della fiera, che indaga pratiche, significati e materiali, alla scoperta del multiforme ecosistema di linguaggi dell’arte contemporanea.

Tappa 01

ASNI

Corridoio fucsia 7

02.23

Tappa 02

DEBORAH SCHAMONI

Corridoio Viola 13

05.48

Tappa 03

KRINZINGER

BTTF 1

08.49

Tappa 04

MEESSEN

PF 2

11.50

Tappa 05

SUPRAINFINIT

Corridoio Rosa A 19

15.09

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Step 01, ASNI, Agate Tūna

Step 01, ASNI, Agate Tūna

Step 01, ASNI, Agate Tūna

Step 01, ASNI, Agate Tūna

Step 02, Deborah Schamoni, Nicole Wermers & Judith Hopf

Step 02, Deborah Schamoni, Nicole Wermers & Judith Hopf

Step 02, Deborah Schamoni, Nicole Wermers & Judith Hopf

Step 02, Deborah Schamoni, Nicole Wermers & Judith Hopf

Step 03, Krinzinger, Erik Schmidt

Step 03, Krinzinger, Erik Schmidt

Step 03, Krinzinger, Erik Schmidt

Step 03, Krinzinger, Erik Schmidt

Step 04, Meessen, mountaincutters

Step 04, Meessen, mountaincutters

Step 04, Meessen, mountaincutters

Step 04, Meessen, mountaincutters

Step 05, Suprainfinit, Victoria Zidaru

Step 05, Suprainfinit, Victoria Zidaru

Step 05, Suprainfinit, Victoria Zidaru

Step 05, Suprainfinit, Victoria Zidaru

Trascrizione

Introduzione

Buongiorno, ti diamo il benvenuto ad Artissima 2025. Questo è il progetto AudioGuide e stai ascoltando il percorso numero 01 intitolato "Il pianeta di Babele", che ti permetterà di scoprire lavori di artisti di differenti generazioni, attraversando un’ampia varietà di tecniche e linguaggi. La 32esima edizione coinvolge 176 gallerie da 36 Paesi. Come negli anni precedenti, sono presenti 3 sezioni curate: Back to the Future dedicata a ricerche storiche, Present Future a quelle più attuali e Disegni dedicata alle opere su carta, che si trovano raccolte al centro dell’Oval. Prendendo spunto dal saggio del visionario pensatore Richard Buckminster Fuller del 1969, indicato dal direttore Luigi Fassi come tema della presente edizione, immaginiamo di viaggiare sulla nostra “Nave spaziale Terra” nelle vesti di equipaggio. Affidiamo alle artiste e gli artisti il compito di guidarci nel prendere coscienza e nel ripensare il nostro ruolo e la nostra missione. L’approccio di Fuller allo studio dei sistemi si basa sull’ampiezza e sull’integrazione olistica di numerose variabili, in contrasto con l’iperspecializzazione e la compartimentazione del sapere. Il mondo dell’arte è stato dominato per molto tempo dalla suddivisione accademica in generi e tecniche, ma nel Novecento si è liberato delle sue gabbie, arrivando a proporsi invece come un sistema sorprendentemente variegato e basato su un’infinità di sguardi, modi e temi. Oggi parla moltissime lingue, esattamente come il genere umano. Il nostro percorso ci porterà proprio a scoprire la vivace e feconda varietà linguistica dell’arte contemporanea. Le AudioGuide sono state sviluppate per Artissima dalle mediatrici e dai mediatori di Arteco. Questo percorso è stato curato da Sergio Manca. Siamo pronti per partire. La prima tappa sarà la galleria ASNI, nella sezione New Entries, allo stand numero 7 sul corridoio fucsia. Ora metti in pausa il tuo player e schiaccia play una volta che sarai lì.

Tappa 01

Ci troviamo nello stand della galleria ASNI, fondata un anno fa nel centro di Riga, che partecipa ad Artissima per la prima volta. La missione di ASNI è quella di esporre e promuovere il lavoro di giovani artisti dell’area baltica. Incontriamo qui un’artista il cui lavoro ci porta a riconsiderare il nostro rapporto di familiarità con la tecnica fotografica. Si chiama Agate Tūna, è nata a Riga nel 1996. La fotografia è indubbiamente il mezzo di documentazione ed espressione che più è cresciuto nell’ultimo secolo, fino a diventare una pratica abituale e quotidiana per ognuno di noi. Ogni anno si tengono centinaia di mostre di fotografia d’autore e lo stesso mondo dell’informazione usa oggi l’immagine come strumento diretto per creare maggior attenzione e coinvolgimento sulle notizie di attualità. In questo contesto la ricerca di Tūna si inserisce come uno scarto laterale. L’artista, affascinata dal concetto di spettro, sceglie di lavorare con tecniche analogiche e off camera, optando per un approccio sperimentale e concettuale. Rifacendosi a credenze suggestive, alle quali noi non poniamo più attenzione a causa della visione materialista e tecnica del mondo digitale attuale, Tūna si concentra sulla capacità fotografica di appropriarsi dell’essenza dell’oggetto fotografato e di registrare le componenti immateriali della realtà. Al centro di tutto c’è il processo, che assume i contorni sfumati tipici dell’alchimia. Oltre a manipolare le immagini in camera oscura, realizza lavori tridimensionali a partire dai chemigrammi: questa tecnica si basa sull’interazione diretta di sostanze chimiche sulla carta fotosensibile, che danno esiti visivi astratti a metà fra l’organico e l’evanescente. Successivamente ne applica la scansione su forme di plexiglass o alluminio, creando oggetti misteriosi con materiali freddi, che si trasformano acquistando qualità inattese. La sua pratica, basata sull’esplorare la relazione fra tecnologia e spiritualità da una prospettiva femminile, la porta a indagare materiali che si fanno ponti fra mondi lontani, caricandosi di un’energia che unisce tempi e memorie. Uno di questi, al centro della sua recente mostra "Voltentity", è il cristallo di quarzo, il quale possiede proprietà terapeutiche come mediatore di energia spirituale, ma è anche piezoelettrico, qualità che lo rende fondamentale nella realizzazione di microchip, radio militari e cellulari. Nel mondo attuale abbiamo una parziale consapevolezza delle onde elettromagnetiche che ci circondano e degli algoritmi imperscrutabili che dominano le nostre vite: sono forse questi gli spettri dell’era contemporanea. Come il cristallo, la fotografia si fa agente catalizzatore di forze invisibili che attraversano i nostri corpi e i nostri spiriti. La prossima tappa sarà la galleria Deborah Schamoni, che si affaccia sul corridoio viola. Lo stand è indicato con il numero 13. Metti in pausa il tuo player e schiaccia play quando sarai lì.

Tappa 02

La nostra seconda tappa è lo stand della galleria Deborah Schamoni. Fondata dall’omonima proprietaria nel 2013 a Monaco di Baviera, presenta pratiche di artisti internazionali, promuovendo ricerche affermate e nuovi linguaggi. Qui abbiamo l’occasione di vedere le opere di Nicole Wermers e Judith Hopf, due artiste tedesche appartenenti alla stessa generazione. La prima è nata a Emsdetten nel 1971, la seconda a Karlsruhe nel 1969. Nonostante entrambe riflettano sulle strutture della società contemporanea e si muovano nell’ambito della scultura e dell’installazione, le loro pratiche percorrono sentieri differenti, dimostrando bene quanto siano ampie le potenzialità espressive dell’agire artistico. Dal mondo di spettri ed energie della giovane Tūna, passiamo ad un mondo di oggetti e materia, che ad un primo sguardo può apparirci quasi scontato per la sua familiarità. Eppure, fra rimandi e pungente sarcasmo, ciò che abbiamo di fronte ci invita a osservare la banalità del nostro mondo con sguardo critico. Le piccole figure di donne in argilla semisdraiate di Wermers, nata nel 1971, sono proposte di monumenti, come dei bozzetti da sottoporre al giudizio di una commissione. La loro posa richiama una lunga tradizione artistica, che passa dalle Veneri rinascimentali e Canova fino ad arrivare ad Henry Moore. A ben guardarle però, ci si rende conto che l’alto basamento su cui poggiano sono scatole di prodotti commerciali, come tinte per capelli e cibo per gatti. In queste composizioni tutto è oggetto. Le pose rilassate e storicamente erotizzate alludono ad una condizione di piacere che però si regge precariamente sul feticismo consumistico del piedistallo. Analogamente, sembra essere esposta come una merce da comprare al metro quella lunga coda di pelliccia, arrotolata come una pompa per l’acqua. Con ironia quasi dadaista, l’artista mette in discussione il nostro atteggiamento di acquirenti e consumatori nei confronti dell’arte e della natura. Anche le opere di Judith Hopf, classe 1969, ci pongono in relazione con il mondo naturale che ci circonda e con la nostra mania di controllo. Da un lato i raggi solari non hanno possibilità di penetrare nell’ambiente chiuso della fiera o della galleria se non sotto forma di stilizzate righe gialle, che diventano una pura decorazione minimalista delle pareti. Allo stesso modo, è solo grazie alla loro replica in bronzo che i rami dell’albero possono sfondare il muro e invadere lo spazio espositivo, reclamando una libertà di crescita che è stata loro negata. Quest’opera sembra quasi un auspicio, o un tributo alla resilienza del mondo vegetale. Ci spostiamo ora verso il centro della fiera e ci rechiamo allo stand numero 1 della sezione Back to the Future, sul corridoio lilla. Metti in pausa il tuo player e schiaccia play quando sarai lì.

Tappa 03

Siamo arrivati alla sezione Back to the Future, che quest’anno presenta opere realizzate fra gli anni ‘40 e gli anni ‘90. Il nostro tour ci conduce nello stand di un’importante galleria viennese. È la galleria Krinzinger, fondata nel 1971 dalla storica dell’arte Ursula Krinzinger. Uno spazio che ha ospitato grandi nomi della performance e dell’azionismo viennese, oltre a realizzare un programma pluriennale focalizzato su artisti asiatici. L’autore cui è dedicata l’esposizione in fiera condivide nazionalità e appartenenza generazionale con le artiste della tappa precedente: si chiama Erik Schmidt, è nato a Hedford nel 1968 e vive a Berlino. La sua pratica è però estremamente lontana dalle precedenti. Schmidt è infatti legato alla sfera figurativa: nelle sue opere l’essere umano compare costantemente, attraverso pittura, immagini trovate, video e disegno. Dagli anni 2000 ha ottenuto riconoscimento internazionale con i suoi lavori pittorici, spesso realizzati su fotografie, e con i video in cui indaga con sguardo antropologico i comportamenti sociali e le dinamiche di classe. I lavori che abbiamo davanti a noi sono stati realizzati negli anni ’90 e ci permettono di riscoprire la prima fase della sua carriera. Schmidt si pone nel mondo come osservatore, ma la sua non è un’osservazione del tutto distaccata. Attraverso l’esperienza autobiografica, decide invece di registrare e interpretare il sistema che lo circonda. Lo fa attraverso poesie e produzioni grafiche, o assumendo il ruolo di personaggi differenti nei suoi video. Sono costanti i riferimenti al mondo pop, alla vita notturna, alla comunicazione massmediatica e alla dialettica delle sottoculture. Insieme all’esplorazione degli spazi urbani e del sistema dell’arte, coinvolge nel suo lavoro le riviste di moda, la cartellonistica pubblicitaria e le pubblicazioni pornografiche. Se ne appropria e agisce su di esse. In alcuni casi le sue grafiche riportano semplici parole come “sogno”, “aperto” o “calore” che richiamano con empatia e semplicità la necessità di una vita emotiva e sessuale libera. Talvolta invece racconta, come un partecipe cronista sul campo, i fenomeni sociali tipici della New York dell’epoca come i club kids e i Chelsea boys. I suoi interventi a penna sulle fotografie di moda non sono censure, ma segni che rivelano la sessualità subliminale delle immagini e ci mettono di fronte a nuove possibilità, fuori dalle dinamiche convenzionali. Ci rechiamo ora nella vicina sezione Present Future e raggiungiamo la galleria Meessen allo stand numero 2, di fronte all’ingresso della fiera. Metti in pausa il tuo player e schiaccia play quando sarai lì.

Tappa 04

Ci troviamo nello stand della galleria belga Meessen. Aperta a Bruxelles nel 2008 all’interno di un elegante palazzo del 1911, di cui occupa tre piani, la galleria contiene anche una wunderkammer e ospita mostre di un nutrito gruppo di artisti internazionali. Le opere che abbiamo di fronte sono una sorta di antologia delle più recenti mostre del duo francese mountaincutters. Questo progetto duale unisce una coppia di persone nate nel 1990 formatesi a Marsiglia e ha già esposto in importanti sedi europee come la Biennale di Kyiv o il Palais de Tokyo. Il nome già chiarisce l’intersezione di due istanze differenti: un radicamento nel mondo naturale e l’interesse per l’azione umana, nella sua veste tecnica e gestuale, quasi artigianale. Alla base del lavoro di mountaincutters, generalmente concepito in situ, c’è una continua ricerca sui materiali, sulle loro qualità fisiche e sul loro retaggio culturale. Ogni elemento è modellato e trattato direttamente dagli artisti. Pur trattandosi di pezzi distinti, essi sono concepiti come entità complementari che, in reciproca relazione spaziale ed espressiva, vanno a comporre situazioni e ambienti. La sensazione che si ricava osservando le opere è quella di trovarsi in una dimensione temporale incerta, dominata da un senso di fragilità e incompletezza. Non è quasi mai possibile stabilire se si tratta di realizzazioni incompiute, lasciate a metà, o se invece sono resti archeologici, ruderi di un passato non localizzabile ma vagamente familiare. Le loro composizioni sono dominate da una sorta di ordine fragile, in cui confluiscono tanto le energie di antichi rituali quanto gli esiti del lavoro meccanico dell’era industriale. In questa sospensione non è raro trovare immagini fotografiche a contatto con manufatti arcaici, vasi di vetro che condividono lo spazio con protesi ortopediche. Sembra di trovarsi all’interno di un dialogo a più voci difficile da decodificare. In questa dimensione parallela sembra che manchi qualcosa ed in effetti ogni parte, dal metallo ossidato alla carta stropicciata, allude ad una assenza, che è quella dell’essere umano. Eppure il suo passaggio, il suo intervento e la sua memoria sono costantemente evocati. È forse proprio grazie all’assenza di chi ha abitato e plasmato questo luogo, che possiamo permettere agli oggetti che ci circondano di parlare a ognuno di noi in una lingua diversa, lasciando che ci interroghino sul nostro posto nel mondo, imbrigliati nell’eterno conflitto fra natura e storia. Rechiamoci ora allo spazio della galleria Suprainfinit, indicato con il numero 19 sul corridoio Rosa A. Metti in pausa il tuo player e schiaccia play quando sarai lì.

Tappa 05

L’ultima tappa del nostro percorso ci porta alla galleria Suprainfinit, aperta a Bucharest nel 2015 e guidata da Suzana e Cristina Vasilescu. Il programma espositivo della galleria si concentra su pratiche artistiche dell’Europa centrale e orientale, prediligendo nuove commissioni e installazioni in grande formato. L’artista con cui concludiamo il viaggio è la romena Victoria Zidaru, le cui ricerche ci riportano verso la presenza interstiziale di esperienze legate alle tradizioni rituali e alla spiritualità. Zidaru, nata nel 1956, si è specializzata in scultura e arazzo presso l’istituto Nicolae Grigorescu nel 1983. I suoi lavori ci riportano al mondo naturale e richiedono lunghi processi, spesso partecipati grazie al coinvolgimento di artisti e comunità locali. Talvolta, come nei progetti "Donate a word" o "Lingua ignota", il pubblico stesso è invitato a intervenire, contribuendo con parole che vengono poi incorporate nell’installazione. Le opere esposte in fiera sono state prodotte negli ultimi mesi. Hanno uno stretto legame con quelle attualmente esposte presso la galleria per la mostra "ReFACEREA", il cui titolo implica l’azione del rifare, del ricostruire un mondo partendo da uno sguardo che si rivolge al passato attraverso una sensibilità fortemente ecologica. L’artista intende proporre un approccio resiliente: come scrive la curatrice Adina Drinceranu, “nei momenti di rottura, modelli di memoria condivisa e strutture simboliche riemergono, offrendo cornici attraverso cui sia il sé che la comunità possono trovare orientamento”. La sua esperienza personale, condizionata anche dall’arresto del padre che fu un oppositore politico negli anni ’50, l’ha portata fin da bambina a sviluppare un profondo apprezzamento per le piante e il mondo "naturale" come rifugio in cui trovare conforto e come mezzo di contemplazione. Questa relazione si è evoluta in un vocabolario simbolico di guarigione, in cui erbe, tessuti e profumi vengono ritualizzati attraverso atti di tessitura, legatura, iscrizione e rilascio di tracce olfattive. Le opere si presentano come organismi viventi che invadono lo spazio ed entrano in rapporto dialettico con le bianche e ortogonali strutture architettoniche che li ospitano e con i tessuti ricamati a mano. Fili, erbe e fieno si intrecciano in composizioni organiche in cui tanto la pratica realizzativa, quanto le proprietà dei materiali, si legano alla ritualità del misticismo cristiano e della spiritualità orientale. Ogni elemento contribuisce a riportarci di fronte a una dimensione materiale del sacro, che comunica con noi anche attraverso parole, inscritte come mantra, e odori che creano la suggestione del ritorno a un mondo primigenio al quale non siamo più consapevoli di appartenere. Lo spettatore, attraverso i sensi e lo spirito, è chiamato a entrare in contatto con un’energia cosmica dimenticata, con una natura che è volutamente intesa come entità materna, che ci offre cura e protezione. La nostra breve e certamente non esaustiva esplorazione delle diverse lingue che popolano il mondo dell’arte contemporanea è giunta al termine. Siamo partiti dalle energie invisibili che ci circondano e dalla sperimentazione alchemica; abbiamo attraversato il mondo contemporaneo nella sua dimensione urbana e consumistica, osservandolo da outsider o criticandolo con ironia, per poi ritrovarci in una dimensione temporale sospesa in cui le strutture artificiali, incomplete e misteriose, vengono abbandonate per permetterci di tornare alle nostre origini e a riappropriarci di un rapporto sentimentale e spirituale con la natura. Speriamo che l’esperienza ti abbia stimolato e incuriosito. Se vuoi un altro punto di vista sulla fiera, torna all’info point o sulla landing page delle AudioGuide e seleziona un altro podcast! A presto e buona Artissima!

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