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Prima di essere significato, la parola è una traccia, una forma che rimane, un segno che attraversa lo spazio e che conserva la possibilità di qualcosa che è stato detto, pensato, visto. La traccia non coincide con ciò che rappresenta. È ciò che ne rimane. In questo senso, la parola può essere intesa come una forma di memoria: nomina qualcosa che non è necessariamente presente, ma che attraverso il linguaggio continua ad apparire. Il neon rende questa condizione visibile. La parola diventa luce, ma la luce stessa è una presenza fragile, immateriale, continuamente sospesa tra apparizione e scomparsa. La parola viene sottratta alla pagina e trasformata in una struttura luminosa. Le lettere diventano materia, disegno e luce; il linguaggio assume una presenza tridimensionale e si offre allo spettatore prima come immagine da vedere e solo successivamente come testo da leggere. Il neon introduce così uno slittamento percettivo: il significato della parola non scompare, ma viene affiancato dalla sua dimensione visiva. La forma delle lettere, la luminosità, la scala, la disposizione nello spazio diventano elementi costitutivi dell’opera quanto il significato semantico.
Relatori: Andrea Cortellessa (Storico della letteratura e critico d’arte), Danilo Montanari (Editore), Alessandro Luppi (Gallerista), Giulia Marchi (Artista)
Lingua: Italiano
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Immagina, Giulia Marchi