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Issue n. 20 | Anita Zabludowicz intervistata da Cloé Perrone

16 Ottobre 2018 Artissima Stories

Cloé Perrone: Nei primi anni ’90, con suo marito Poju, ha fondato la Zabludowicz Collection per sostenere il lavoro di artisti contemporanei emergenti intorno al mondo. Oggi è considerata una “super-collector”. Con oltre di tremila opere di più di cinquecento artisti, la Zabludowicz Collection oggi ha sede in un’ex chiesa metodista nel quartiere di Camden a Londra ed è aperta al pubblico. Ha anche lanciato iniziative dedicate ad artisti che non sono
rappresentati da gallerie, e sostiene programmi educativi. Tutto ciò è un risultato monumentale! Mi faccia iniziare da qui: che consiglio darebbe a una persona giovane che voglia iniziare a collezionare?

Anita Zabludowicz: Quello che ho creato è molto inconsueto nel mondo dell’arte. Non raccomanderei a un giovane collezionista di aprire un proprio spazio a meno che non sia certo di volersi completamente dedicare a sostenere la crescita di giovani artisti, scrittori, creativi, curatori e studenti d’arte. Ciò che direi, piuttosto, è di accogliere i buoni consigli, e usarli bene. Entrare a far parte di gruppi di patron di musei, usare Instagram, e selezionare attentamente le galleria da cui comprare, per essere sicuri di condividere gli stessi obiettivi.

CP: Si considera più una filantropa che una collezionista? E più in generale, pensa che un collezionista di punta debba avere un obiettivo sociale?

AZ: Nel mondo del mercato dell’arte, non mi considererei una top collector, dato che la base della nostra collezione è la filantropia più che il mercato. Ci sono molte soddisfazioni nascoste nell’operare in modo filantropico, e lavorare direttamente con gli artisti è una delle più grandi. Spesso ci sentiamo un trampolino per un livello superiore della loro carriera.

CP: Negli ultimi anni, i musei privati sono diventati molto più comuni. Sembra che molti collezionisti sentano la spinta impellente di aprire un proprio spazio. Perché lei ha deciso di aprire al pubblico la sua collezione? Se l’obiettivo finale è quello di essere il più socialmente rilevanti possibile, supportare istituzioni pubbliche donando opere e finanziando le loro mostre non sarebbe una strategia più efficace?

AZ: Il nostro modus operandi è piuttosto originale, ritagliato intorno a ogni progetto a cui ci dedichiamo. Ogni progetto è differente, carico di nuove sfide ma, sempre, anche di soddisfazioni. Contribuire finanziariamente a mostre che non ci vedono coinvolti ci fa piacere, e lo faremmo anche se non avessimo un nostro spazio, ma ciò significherebbe rinunciare a una dinamica molto stimolante. In realtà, noi facciamo donazioni a istituzioni pubbliche e collezioni nazionali: ad esempio, abbiamo in corso una donazione per la quale abbiamo potuto lavorare a stretto contatto con il museo, ed è stato un percorso affascinante. L’ecologia del mondo dell’arte non può che arricchirsi con la compresenza di diverse tipologie di spazi, sia pubblici che privati, ognuno dedito allo sviluppo del proprio programma e al supporto di un range più grande di artisti.

CP: Il suo primo acquisto è stato a un’asta: un quadro di Ben Nicholson da Sotheby’s nel 1999. Poi, con rapidità, ha iniziato a collezionare giovani artisti emergenti. Che aiuto hanno dato le fiere in questo percorso? Considera ancora le fiere un luogo dove fare nuove scoperte?

AZ: Le fiere hanno cominciato a crescere velocemente nei primi anni Duemila. Al tempo non avevo uno spazio privato e il mio focus, anche nel collezionare lavori concettuali, non aveva un’ottica istituzionale. Gli inizi sono stati molto divertenti, e ho comprato quello che mi piaceva senza pensare a conseguenze e responsabilità. Ora per noi acquisire arte è un processo più serio e ponderato, e per questo rispetto fiere come Artissima che scelgono con cura le gallerie e le presentazioni.

CP: Quest’anno Artissima inaugura Artissima Sound, una nuova sezione dedicata ad artisti che utilizzano diverse tipologie sonore per attivare il pubblico. Da collezionista che ha supportato le acquisizioni film e video della Tate dal 2003, cosa pensi dell’acquisto di un’installazione sonora?

AZ: Quando presiedevo il Fondo di acquisizione video della Tate, non c’era molta sound art disponibile. Eppure il sonoro è sempre stato un aspetto importante nella pratica di molti artisti che lavorano col film e il video, per esempio Seth Price, Haroon Mirza, o Ryan Trecartin. Recentemente grazie a Daata Editions ho potuto collezionare lavori sonori di artisti come Hanna Perry, Lina Lapelyte e Tracey Emin. Il prezzo aumenta, a partire da 100 dollari, dal numero più basso al più alto di ogni edizione. David Gryn ha lanciato un programma curato di sound art a Expo Chicago.

CP: Questo è l’anno del venticinquesimo anniversario di Artissima, una fiera che, come la sua collezione, è conosciuta per essere innovativa e ben curata. Potrebbe dirci come Artissima ha contribuito alla costruzione della sua collezione?

AZ: Rispetto ad altre fiere, Artissima è più multidimensionale. Oltre a includere alcune delle gallerie Italiane più affermate, che presentano molti artisti che non conosco ma che sono tuttavia molto interessanti, la fiera comprende anche alcuni artisti giovani molto affascinanti. Ha diverse sezioni che sono molto forti e facilmente navigabili. Quello che Artissima fa, e che nessun’altra fiera fa, è educare il collezionista.

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