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Issue n. 10 | Galila Barzilaï Hollander intervistata da Marcella Beccaria

24 Settembre 2018 Artissima Stories

In Duty Free Art, conferenza e testo del 2015, l’artista Hito Steyerl analizza le complesse implicazioni, politiche, economiche e sociali, che i depositi di opere d’arte e la loro proliferazione hanno nel mondo contemporaneo. In particolare, si sofferma sui depositi “porto franco”, zone extra-nazionali nelle quali si ammassa un gran numero di opere appartenenti a collezioni private, descrivendo questi luoghi nei quali l’arte non esce mai dalle proprie casse quali ambiti che, sottraendo le opere alla libera circolazione, le celano allo sguardo tenendole in una sorta di prigionia potenzialmente perpetua. I depositi d’arte presso porti franchi, dice Steyerl, rappresentano nel loro insieme la più grande collezione del mondo; sono musei, ma dell’era digitale, parte del lato nascosto della rete, dove il movimento è oscurato e lo spazio è quello di una cloud.

Quando si incontra una collezionista come Galila Barzilaï Hollander sembra di poter uscire dalla morsa di questo freddo mondo di economie intangibili, ma molto presenti, nel quale siamo precipitati. Se i porti franchi testimoniano la presenza di collezionisti che non esperiranno mai a livello fisico la realtà di un’opera d’arte – rinunciando per sempre all’emozione di condividerne lo spazio quotidiano – Galila è invece la paladina di un’altra specie, che sembra nutrirsi della stessa presenza delle opere, al punto di ridurre al minimo il proprio spazio abitativo e lasciare che l’arte lo occupi fino ad invaderlo.

Marcella Beccaria: Ho letto che hai cominciato a costruire la tua collezione di arte contemporanea nel 2005. Dopo la morte di tuo marito, sei andata per la prima volta all’Armory Show a New York, che credevi fosse una fiera dedicata a preziose armature antiche. È vero? Ma al di là dell’episodio specifico, iniziare una tua collezione è stato un modo per superare il dolore che ti ha colpita?

Galila Barzilaï Hollander: Si, è la mia risposta ad entrambe le tue domande. Nel 2005, priva di alcun background in arte contemporanea, sono andata a New York. Mio marito era mancato l’anno precedente. Ho visto un annuncio relativo a questa Armory Fair. Lui collezionava antichità. Così sono andata, immaginando di trovare il genere di cose che mio marito avrebbe apprezzato e che avrebbe portato a casa. E invece no! Con mia grande sorpresa non c’erano armature! In pochi minuti lo shock era passato e comprai la mia prima opera d’arte contemporanea, un disegno. È stata una sorta di esperienza catartica e continua ad esserlo.

MB: In che modo l’arte e il collezionismo ti guariscono?

GBH: Penso che l’arte possa avere il ruolo di uno psicoterapista. Quando sei dal medico, parli e lui, o lei, ti ascolta (almeno si spera). Preferisco avere questo dialogo con un’opera d’arte. Mi permette di capire le cose da un nuovo punto di vista. Come ho detto in altre occasioni, l’arte mi ha permesso di capire meglio me stessa. Ad esempio ho capito che sono una persona piuttosto ossessiva. Non lo sapevo, non lo avevo mai realizzato. Ma sai, nella mia collezione puoi riconoscere alcuni temi dominanti, come ad esempio gli occhi, il denaro, i libri, le sedie, i cassetti, i gradini. E poi ci sono altri temi come il riciclo e le tematiche di genere. Lo so, sono molti e non sembrano necessariamente legati gli uni agli altri. Ciascuno di questi e anche altri rappresentano mie ossessioni private. E questo, l’ho capito appunto grazie all’arte.

MB: La tua collezione è conosciuta anche per un senso di fiera indipendenza, dai grandi nomi, dalle mode e se vuoi anche dall’esigenza di imporsi delle linee guida restrittive. Preferisci scoprire gli artisti da sola? Preferisci collezionare giovani artisti?

GBH: Certamente, la maggior parte degli artisti che colleziono sono giovani. Amo gli artisti emergenti e il modo in cui parlano di un mondo che ancora appartiene al futuro. Non nascondo il fatto che alcuni di questi giovani artisti hanno prezzi ancora moderati. Sono felice di non seguire il mercato e di prendermi la libertà di decidere che il valore di una grande opera d’arte non è legato al suo prezzo.

All’inizio di questa conversazione hai citato l’esempio di collezionisti che non vogliono nemmeno vedere l’opera il momento dopo che l’hanno acquistata. Questa è pura follia! Cerco sempre di incontrare gli artisti e di stabilire con loro un contatto. Nella migliore delle ipotesi significa che si arriva anche a una conoscenza, a un rapporto più personale. Qualche volta poi – ma solo qualche volta – l’incontro porta ad una commissione.

MB: Di che genere sono queste commissioni? So che non ti piace molto questa domanda, ma la pongo lo stesso. Mi sembra di capire che stiamo entrando in una sfera molto privata.

GBH: Ah! Puoi chiedere, certo, ma qui ripeto quanto ho già detto in occasioni precedenti. Le opere che commissiono hanno a che fare in linea generale con l’archivio, il deposito, il ricordo. La tematica è essenzialmente quella della memoria e c’è sempre un rapporto con la mia vita privata. Ma di nuovo, queste committenze sono il mio mondo segreto. Puoi vedere i risultati, ma non desidero aggiungere altro.

MB: Il tuo impegno nei confronti dei giovani artisti è uno dei motivi per cui visiti Artissima con una certa regolarità

GBH: Si, certamente. Mi piace il modo in cui Artissima promuove i giovani, e ogni volta incontro nuovi artisti da scoprire. Present Future è sempre un luogo interessante per trovare novità. È bello passare del tempo in ogni stand e mi piace il fatto che Artissima abbia un numero di gallerie bilanciato, in questo modo c’è tempo di concentrarsi, pensare e comprare. La mia prima volta è stata nel 2010. Da allora sono stata molte volte e sono felice di vedere che, nonostante i grandi cambiamenti nel mercato, Artissima continua a crescere e ad avere successo.

MB: E cosa ne pensi di Torino?

GBH: Torino è una delle ragioni per cui è bello venire ad Artissima. Mi piace la città, i suoi magnifici edifici barocchi e le piazze scenografiche. Devo dire anche che la città offre meravigliosi musei. Sai che il Castello di Rivoli è uno dei miei musei preferiti! È difficile immaginare un viaggio a Torino senza una visita al Castello.

MB: In questi giorni sei molto impegnata. Stai lavorando all’apertura del tuo nuovo spazio a Bruxelles. Quali sono le tue idee per questo spazio dedicato all’arte contemporanea? In che modo rifletterà il tuo dinamismo?

GBH: Sarà uno spazio espositivo di circa 1.500 metri quadrati progettato dall’architetto Bruno Corbisier che sta integrando nel suo progetto un ex edificio industriale. La mia idea è ospitare la collezione proprio in maniera dinamica, invitando anche gli artisti che verranno a creare nuove opere. Sono molto soddisfatta del modo in cui Bruno ha interpretato le mie idee progettando uno spazio all’interno del quale la luce gioca un ruolo fondamentale, riducendo al minimo gli elementi strutturali e impiegando pochi materiali come il cemento, il legno, il metallo e ampie vetrate.

Mi piace che tu abbia iniziato la nostra conversazione con il riferimento ai concetti elaborati da Hito Steyerl sulla base di una realtà oggettiva e molto attuale. Per me, aprire uno spazio significa andare un passo oltre nel mio impegno nei confronti degli artisti in cui credo. Come collezionista, sento di avere un ruolo da ricoprire e gli artisti devono avere la possibilità di mostrare le loro opere al pubblico. Le opere d’arte non si meritano di finire nelle casse!

 

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