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Issue n. 2 | Rolf & Venke Hoff intervistati da Diana Baldon

5 Settembre 2018 Artissima Stories

Diana Baldon: Com’è cambiata nel tempo la vostra esperienza di Artissima? Potete descrivere quali sono le differenze più significative, o le convergenze, tra questa fiera d’arte contemporanea in Italia e le altre che frequentate abitualmente?

Rolf & Venke Hoff: Non sapremmo dire quando siamo andati ad Artissima la prima volta. Anni fa fummo invitati ad andare a Roma e Milano, ma scegliemmo Torino dopo che ci venne detto che era una città innamorata dell’arte contemporanea! Andammo con la mente e gli occhi aperti, e siamo tornati ogni anno. Insieme ad Art Basel e al Gallery Weekend a Berlino, è il terzo evento che frequentiamo regolarmente. Perché ritorniamo ogni anno? Per una combinazione di diversi fattori: l’arte, l’architettura della città, le collezioni e i musei, la storia, il vino e la cucina. Artissima ha una sua “Italian way”: ogni anno è diverso, a volte è un po’ folle ma sempre pieno di qualità e di cura per i suoi ospiti.

DB: Come vi informate in fatto di temi e tendenze, sullo sviluppo di specifiche pratiche artistiche e sul mondo dell’arte contemporanea più in generale?

R&VH: Dopo tutti questi anni nel mondo dell’arte, abbiamo molti amici in giro per il mondo. Non ci affidiamo ad advisor, ma viaggiamo e osserviamo moltissimo. Siamo amatori, non solo collezionisti d’arte. Siamo molto aperti e non siamo particolarmente interessati ai trend. Quello che ci alimenta è una sorta di caccia: ci sono dei “nuovi” artisti dietro l’angolo che potrebbero mostrarci qualcosa di diverso? Non si può mai sapere.

DB: In un mondo dell’arte contemporanea dominato da un’iper-stimolazione e in cui è sempre più importante la ricerca e il focus, come definite la qualità in quello che cercate e infine decidete di acquisire?

R&VH: La qualità, certo! È così difficile da definire. È il prodotto di “ingredienti” diversi, in combinazioni diverse. Alla base di un artista devono esserci un’educazione o uno slancio carichi di onestà. Gli artisti che scavano nel profondo e producono senza guardare alle mode, ai collezionisti, alle gallerie, ai critici, eccetera: agli inizi potranno penare e soffrire, ma per noi sono loro i veri eroi. Il vero collezionista compra col cuore, non con le orecchie.

DB: A vostro parere, qual è la responsabilità di un collezionista oggi, e come immaginate possa evolversi nel tempo?

R&VH: I collezionisti sono sempre stati importanti. Oggi lo comprendiamo sempre più chiaramente. Senza collezionisti, moltissimi musei interessanti non esisterebbero. I collezionisti di oggi sono più importanti per gli artisti giovani ed emergenti. I collezionisti si incontrano regolarmente in giro per il mondo, e condividono tra loro informazione. Noi naturalmente promuoviamo i nostri artisti emergenti, norvegesi o scandinavi, facilitiamo i contatti, eccetera.

DB: È evidente che negli ultimi vent’anni ci sono stati cambiamenti importanti nella vostra agenda di collezionisti: da una parte, il riconoscimento dell’importanza di acquisire anche arte internazionale, dal momento che gli stessi artisti spesso sono ispirati da idee che prendono forma oltre i confini geografici e culturali; dall’altra, l’inizio di un supporto e di una produzione in contesti inediti nel panorama artistico in Norvegia: mi riferisco ad esempio a Telenor. Come è successo?

R&VH: Abbiamo iniziato la nostra società Signex AS nel 1086, producendo segnaletica, cartellonistica, eccetera, sulla base di tre principi rigorosi: qualità, design e servizio. Col tempo, abbiamo iniziato ad aiutare artisti e progetti no-profit diretti da artisti a produrre oggetti, inviti, spedizioni, e così via. E quando si è sparsa la voce, la compagnia di telecomunicazioni Telenor ci ha contattato per produrre e installare lavori di Daniel Buren (94 sculture), Liam Gillick (una grande costruzione aggettante), Jenny Holzer (un lavoro testuale lungo 212 metri), e molti altri. Non avevamo idea di aver fondato una società di produzione artistica! Dopo Telenor, abbiamo lavorato con Statoil, la compagnia petrolifera norvegese, per produrre un grande progetto di Pipilotti Rist (un lavoro di 1100 metri quadri).

DB: Una volta avete dichiarato che gli impiegati che lavorano per la vostra società, Signex, tendono a non lasciarla perché produrre e realizzare progetti d’arte e essere circondati da opere nel loro luogo di lavoro li rende felici. Sapere che la vostra attività di collezionisti ha un impatto positivo sulle persone vi rende orgogliosi?

R&VH: Molto orgogliosi. È stato molto difficile reclutare personale qualificato, ma quando abbiamo iniziato ad appendere arte nei nostri uffici e in fabbrica, c’è stato un cambiamento. Artisti locali e internazionali hanno iniziato a visitare i nostri spazi con regolarità e a interagire con i nostri impiegati. Abbiamo sviluppato una cultura aziendale molto speciale. Ora la durata media dell’ampiego in Signex è 12 anni e mezzo! Questo è un dato fantastico, anche dal punto di vista economico.

DB: Cosa vi ha motivato ad aprire una vostra Kusthalle in un’ex fabbrica di caviale in un piccolo villaggio di pescatori nelle remote isole Lofoten?

R&VH: È stata la nostra famiglia. Nel 1998 comprammo un faro a Henningsvær, alle Lofoten. Ogni membro della famiglia se ne innamorò, così come di quel piccolo villaggio di pescatori che all’epoca aveva solo 430 abitanti. Una fabbrica di caviale dismessa fu messa in vendita, e qualcuno voleva comprarla per demolirla e costruire degli appartamenti, ma qualcosa ci aveva colpito e quindi decidemmo di comprarla, senza avere assolutamente idea di cosa farci. Dopo un paio d’anni i nostri figli ci dissero: “avete così tanta arte: perché non mostrarla?” E così iniziammo il progetto KAVIARFACTORY. Siamo alla nostra quinta mostra “Painting or Not”, con lavori dalla nostra collezione. Tutta la famiglia è coinvolta. Venke è la direttrice, Rolf è il curatore, Mariken dirige lo shop, e Petter ha in cura l’edificio. Il prossimo anno avremo una mostra di uno degli artisti più importanti al mondo, ma è ancora top secret!

DB: Guardando indietro ai vostri anni da collezionisti, c’è qualcosa che fareste diversamente?

R&VH: No. abbiamo imparato sbagliando. La prima opera che abbiamo comprato non è stata un disegno di Picasso.

DB: I vostri figli seguiranno il vostro esempio di figure di spicco nel mondo dell’arte norvegese e nordico, capitalizzeranno la vostra eredità?

R&VH: Devono scegliere come credono: sono cresciuti con gli artisti, cenando con lor nella nostra cucina. Nostro figlio Petter lavora nello studio di Olafur Eliasson, e nostra figlia Marieke sta scrivendo la sua tesi su come l’arte può influenzare il profilo e l’identità di un’azienda.

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