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Artissima Stories: Ilaria Bonacossa in conversazione con Joanna Kamm

25 Settembre 2019 Artissima Stories

Artissima – fondata nel 1994, e LISTE – poco dopo, nel 1996 – condividono una missione: mettere al centro e supportare le gallerie emergenti. Ilaria Bonacossa e Joanna Kamm sono arrivate alla guida di due fiere da background diversi, una da curatrice e l’altra da gallerista. Nel tempo sia Artissima che LISTE hanno scelto un percorso sperimentale ed espanso la definizione di quello che una fiera può diventare. In che modo la vostra direzione si è andata a inserire in questa linea d’azione?

Ilaria Bonacossa: Ho imparato che le fiere possono essere strumentali nella scoperta di artisti sulla scena internazionale. Il processo di selezione, basato sulle application, con le gallerie affermate che come gruppo decidono quali nuove gallerie includere di anno in anno, facilita le scoperte e gli approcci inaspettati. Inoltre la struttura articolata della fiera, che ha portato alla nascita di due sezioni come Disegni e Artissima Sound — e quest’anno Artissima Telephone— rende possibili le sorprese, così come un’analisi approfondita di progetti creativi innovativi.

Joanna Kamm: Restare fedeli all’anima di LISTE significa, per me, continuare a fornire alle giovani gallerie e ai loro artisti la migliore piattaforma internazionale possibile, e dare ai visitatori la migliore opportunità di entrare in contatto con artisti che lavorano con estetiche, valori e materiali nuovi, creando in questo modo il presente. Ed è così che ci distinguiamo dalle altre fiere, compresa Artissima: siamo una piattaforma completamente dedita alle nuove posizioni nell’arte contemporanea. Per me il concetto di “sperimentale” è insito nell’arte stessa. Certo, questo richiede il coinvolgimento di nuove strategie e porta a ripensare le modalità per presentare in modo appropriato i digital media. Ma non si tratta solo di trovare formati sperimentali all’interno della fiera, sono così tanti i nuovi lavori che richiedono tempo e concentrazione da scoprire a LISTE. Con questo concept particolare —il nostro focus sull’arte innovativa— incoraggiamo l’esperienza pura e personale delle opere d’arte. Per esempio, attraverso il punto d’incontro Joinery ci proponiamo di spiegare e discutere gli ultimi sviluppi e le tendenze dell’arte contemporanea. Alcune di queste non troverebbero spazio in un formato di fiera classico, ma sono concettualmente molto importanti per i giovani artisti. Con Joinery possiamo dare un posto a queste posizioni e permettere ai nostri visitatori di capire meglio l’arte presentata in fiera.

In che modo il vostro ruolo precedente e la vostra esperienza professionale, come gallerista e curatore, hanno influenzato la vostra visione della fiera?

JK: Conosco i desideri, i pensieri e le preoccupazioni di un gallerista. Questo aiuta a semplificare le conversazioni e rende più facile per me capire perché i galleristi prendono determinate decisioni. È sempre importante per me ricordare alle persone che molti artisti rimarrebbero sconosciuti senza i galleristi, che sono disposti a assumersi grandi rischi nel rintracciare cose ancora ignote — spesso senza garanzia di un riscontro commerciale — permettendo agli artisti di avere la loro prima personale e di presentare il proprio lavoro alle fiere davanti ad un pubblico internazionale. È attraverso l’impegno delle gallerie che abbiamo l’opportunità di vedere grande arte. Vivere a contatto con questo tipo di arte porta ad una visione più ricca e diversificata del mondo, e va supportato.

IB: Le fiere sono così veloci e, in un certo senso, funzionano come catalizzatori per tutti i giocatori del mondo dell’arte. Attivare progetti speciali in collaborazione con le principali gallerie della fiera fornisce un’opportunità unica per comprendere gli ultimi sviluppi nell’arte contemporanea. La mia visione vuole supportare le gallerie che davvero scoprono gli artisti e lavorano per sviluppare la loro poetica e non solo per capitalizzare sulla vendita delle loro opere … Il tipo di gallerie che crescono con i loro artisti, e non scommettono solo sulle loro vendite, come se gli artisti fossero cavalli da corsa.

JK: “Galleria” è un termine adottato da brand con la propria casa editrice e laboratori di ricerca così come da spazi di 15 mq dove si fanno esperimenti con piccoli budget. Artissima riunisce diversi attori in questo campo. Come rispondete a bisogni così diversi?

IB: In questi anni ci siamo rivolti più alle gallerie che stanno a metà strada tra i 15 mq e la multinazionale, anche se accogliamo anche tali tipologie in fiera. Direi che ci concentriamo sulle gallerie la cui mission è scoprire nuovi artisti e coltivare le loro carriere, più che sulle gallerie interessate esclusivamente alla vendita e alla crescita del mercato – in questo senso, la loro dimensione non fa molta differenza. Detto questo, l’anno scorso, nel settore New Entries, abbiamo creato insieme a Professional Trust Company un fondo per supportare tre gallerie che partecipano ad Artissima per la prima volta, e quest’anno, con il lancio di Hub Middle East, stiamo supportando finanziariamente gallerie che provengono da quella regione.

Come è cambiato il mondo delle fiere d’arte contemporanea e quale pensate sia il vero banco di prova per il futuro?

IB: Dopo il decennio delle biennali, durante il quale il mondo dell’arte ha portato la sua attenzione in giro per il mondo — da San Paolo a Johannesburg, da Venezia a Kassel, da Donostia a Santa Fe— siamo entrati nell’era delle fiere. Esse hanno preso forza seguendo la crescita internazionale del mercato, diventando spazi d’incontro e di scambio culturale nel mondo dell’arte. Progetti educativi, talk e performance sono ora elementi chiave per una fiera. La grande sfida è offrire alle gallerie modelli creativi per sviluppare il loro business e nuove occasioni per incontrare collezionisti. Un progetto come Artissima Telephone, basato sull’invito alle gallerie a presentare lavori legati al telefono, è esemplificativo in questo senso. In modo simile, l’Artissima Experimental Academy, che offre a studenti d’arte l’opportunità di lavorare e vivere con un artista, è una nuova forma di coinvolgimento e un modello per supportare giovani talenti.

JK: Oggi ci sono più fiere, ma quello che conta è che ci siano fiere locali e internazionali di alta qualità, che riescano a presentare gallerie ad un pubblico rilevante. Alla fine le gallerie devono decidere in quali mercati investire e i collezionisti devono scegliere quali fiere sono importanti per la loro collezione. In generale le fiere sono ancora un luogo di incontro che concentra diversi attori del mondo dell’arte e permette lo scambio di idee. L’atto fisico di essere insieme in un posto crea una certa intensità, e questo è insostituibile. Tuttavia, ciò non significa che si debba continuare per sempre nello stesso modo; bisogna sempre guardare a come rinnovare questi formati. L’arte cambia, e le fiere reagiscono di conseguenza. Per noi questo significa determinare di volta in volta quello che serve alle giovani gallerie per scoprire e presentare nuovi artisti. Come ho detto, esse sono disposte a prendere dei rischi, e il nostro compito è supportarle. Sembra ovvio, ma quando si cerca di individuare quali siano i loro bisogni non è sempre facile trovare risposte. È per me un grande impegno questo trovare risposte —che cambiano in continuazione— in collaborazione con le gallerie, e agire di conseguenza. È un processo, ma l’esperienza personale rimane importante…

Vi ricordate la vostra prima LISTE e la prima Artissima?

IB: La mia prima LISTE fu una rivelazione! Era il 2002, e al tempo era piuttosto diversa… fui colpita dalle opere e dall’atmosfera che ricordava in qualche modo ad una mostra di fine corso delle accademie. Al primo giro mi sentii confusa e sopraffatta, poi cominciai a parlare con i galleristi e loro si mostrarono entusiasti di aprire un dialogo. Ricordo Air de Paris, Peter Kilchmann, Massimo De Carlo, Emi Fontana, Klosterfelde… tutti con presentazioni fantastiche.

JK: Oh yes, ricordo molto bene la mia prima volta a LISTE. Fui presa già il primo anno della mia galleria, nel 2001, e gli artisti che presentai vennero a Basilea con me e ci accampammo nel soggiorno di un amico. Eravamo molto emozionati. E… si rivelò essere molto meglio di quanto avessi osato sognare. Tutto a un tratto, il mondo dell’arte internazionale si aprì a noi, collezionisti e curatori erano pieni di curiosità, e si respirava un’energia elettrizzante. Allo stesso tempo, strinsi amicizie coi miei colleghi che diventarono insostituibili negli anni a venire. LISTE mi diede, così come a tutte le altre gallerie, l’opportunità di dare delle fondamenta alla mia galleria, su cui poter costruire tutto il resto. Artissima fu la mia seconda fiera con la galleria, e per dirla con diplomazia, un’esperienza molto diversa: nel 2001, nessuno dei visitatori sembrava interessato ad uno scambio con gallerie straniere meno conosciute né a scoprire le cose nuove che stavamo proponendo. Allora non c’era una sezione speciale per giovani gallerie. Per fortuna, qualche anno dopo diedi un’altra possibilità ad Artissima ed fu un grande successo. Ripensandoci, sono arrivata alla conclusione che nel 2001 i tempi non erano maturi, o forse non era il giusto contesto. Una lezione che ho imparato è dare a tutto una seconda chance.

IB: Non abbandonarsi alle prime impressioni è senza dubbio importante per la crescita di una galleria che vuole farsi conoscere sulla scena internazionale. Spesso non è semplice far coincidere la propria crescita con la presentazione del proprio lavoro ad un pubblico che non è ricettivo. Proprio per supportare le giovani gallerie, Artissima nel 2002 ha inaugurato New Entries, la sezione per gallerie emergenti che partecipano alla fiera per la prima volta. Fu una scelta pionieristica per una fiera quella di accogliere nuove proposte e supportare, non solo un nuovo mercato per l’arte, ma anche artisti più giovani e meno famosi accanto a quelli più conosciuti. Quella fu anche la mia prima volta ad Artissima: era la nona edizione —all’epoca ospitata negli spazi di Torino Esposizioni— e ricordo i lavori eccellenti di Marcello Maloberti, Hans Schabus e Hassan Khan, tra gli altri. Lo stesso anno erano state selezionate gallerie provenienti da paesi che non avevano mai partecipato prima, come Islanda, Israele, Messico, Repubblica Ceca e Finlandia. Era quindi un’edizione che già mostrava il carattere internazionale e sperimentale che noi continuiamo a coltivare oggi: una fiera compatta e concentrata ma altamente specializzata, con gallerie selezionate rigorosamente, dove il ventaglio di offerta di altre fiere è compensato da uno spirito di sperimentazione contemporaneo.

JK: Sono stata molto felice del vostro invito per questa intervista, perché sono convinta che noi —le fiere— dovremmo scambiarci idee e opinioni: alla fine è questo il maggior aiuto che possiamo dare a gallerie e artisti. In questo contesto, trovo anche interessante pensare a come ispirare una nuova generazione di collezionisti, a vantaggio di gallerie e artisti — anche oltre i confini della nostra stessa fiera. Che passi state facendo per appassionare i nuovi collezionisti nell’arte contemporanea?

IB: Sono d’accordo: le fiere dovrebbero e possono collaborare. Non siamo squadre di calcio che devono sfidarsi, ma parti di un complesso ecosistema in continua trasformazione. Ci stiamo lavorando molto. Di recente abbiamo lanciato, con il famoso Istituto dell’Enciclopedia italiana, un progetto chiamato “Alfabeto Treccani”: 21 artisti italiani produrranno un’edizione ciascuno, per stimolare i collezionisti a fare il loro primo passo nel mondo dell’arte contemporanea. In modo simile, la sezione Disegni, che si concentra sul disegno in tutte le sue forme, è stata strumentale per attrarre nuovi collezionisti con budget più bassi ed ha avuto un grande successo anche tra i collezionisti navigati, rendendo le nostre gallerie molto felici. In chiusura, vorrei chiederti: come comunicate la vostra fiera —in particolare penso all’identità grafica e ai social media— considerando che il contenuto principale è sempre lo stesso, ma rinnovato ogni anno?

JK: Questa è un’ottima domanda e un tema a cui abbiamo pensato molto. Costruiamo la nostra comunicazione su due pilastri. Da un lato presentiamo le gallerie e gli artisti che ogni anno espongono a LISTE. Dall’altro, diamo spazio a questioni attuali. Rispetto ad altre fiere, conosciamo abbastanza bene e in anticipo cosa presenteranno le gallerie: tutti fanno domanda con un progetto specifico, quindi possiamo identificare dei trend e trarre conclusioni su quello che indagano realmente gli artisti in un determinato momento, e questo ci mette nella fantastica posizione di dare non solo alle gallerie e agli artisti, ma anche al dibattito attuale una piattaforma di comunicazione. Per esempio, quest’anno sono stata molto colpita dal grande numero di creature strane — in un mondo dove l’incertezza è diventata un sentimento dominante, sembra che gli artisti abbiano portato quest’idea all’estremo, popolando l’universo di esseri umani e non, la cui identità, genere e origine sono indefiniti. Questi esseri sono la personificazione di insicurezza e paura dell’ignoto, e gli artisti danno forma a questi stati immateriali in modo che noi possiamo agire di conseguenza. Questo è diventato un tema per la nostra comunicazione e abbiamo stimolato una conversazione su di esso. Per quanto riguarda la nostra identità visuale: al momento stiamo lavorando su un nuovo concept per LISTE insieme a Studio Feixen, uno studio di design di Lucerna. Stay tuned!

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