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Il potere evocativo del segno, dell’immagine e del gesto come campo di indagine, tra pratiche che esplorano la capacità umana di immaginare e la facoltà dell’arte di alludere e trasfigurare.
Tappa 01
Corridoio Fucsia 9
01.24
Tappa 02
Corridoio Rosso 7
04.00
Tappa 03
Corridoio Blu 15
06.23
Tappa 04
BTTF 3
09.10
Tappa 05
PF 1
11.51
Tappa 01
Corridoio Fucsia 9
01.24
Tappa 02
Corridoio Rosso 7
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Tappa 03
Corridoio Blu 15
06.23
Tappa 04
BTTF 3
09.10
Tappa 05
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Buongiorno, ti diamo il benvenuto ad Artissima 2025! Questo è il progetto AudioGuide, e stai ascoltando il percorso numero 3, intitolato "Orizzonti simbolici". Questa traiettoria, articolata in cinque tappe, attraversa opere che invitano a rimettere in discussione lo sguardo, a disinnescare gli automatismi percettivi con attenzione e resistenza. Alcune pratiche precedono l’epoca iperconnessa che abitiamo, altre vi nascono dentro. In tutte si avverte il desiderio di ampliare prospettive e di resistere alla tentazione di semplificare il mondo. Le opere che incontrerai abitano uno spazio liminale, tra ciò che vediamo e ciò che intuiamo: un territorio in cui il segno diventa conoscenza, il gesto libertà, l’immagine trasformazione e movimento. Le audioguide sono state sviluppate per Artissima dalle mediatrici e dai mediatori di Arteco. Questo percorso è curato da Valentina Roselli. Metti in pausa e raggiungi la galleria Bliss, nella sezione New Entries, corridoio Fucsia, numero 9. Premi play una volta che sarai lì.
La prima tappa ci porta nella sezione New Entries con la galleria Bliss di Varsavia, che presenta una figura chiave della scena underground di Katowice: Urszula Broll, artista che attraversa il Novecento tra avanguardia, spiritualità e ricerca interiore. Negli anni Cinquanta, in una Slesia industriale dopo la guerra, Broll studia arte del manifesto e grafica all’Accademia di Cracovia. Dipinge fabbriche, nature morte e ritratti di donne in un mondo di carbone e fatica. Nel 1953 co-fonda il gruppo St-53, tra i primi a prendere le distanze dal realismo socialista, aprendo la via all’astrazione e alla libertà del segno. In un contesto dominato da un’arte di propaganda e da una cultura fortemente maschile, la sua scelta libera e spirituale è un gesto radicale di indipendenza. Negli anni Sessanta, mentre l’arte polacca si muove tra Varsavia, Cracovia e Katowice, Broll trova nell’acquerello il linguaggio più intimo della sua pratica. Creati nei momenti di silenzio, tra la cura del figlio e il lavoro in studio, questi fogli nascono come spazi di introspezione. «Creo per conoscere ciò che ancora non so di me», scriveva. Nelle pause, mentre i colori si asciugano, la pittura diventa meditazione. Le forme, da libere, si fanno sempre più geometriche. Nel 1960, con Andrzej Urbanowicz, fonda a Katowice lo studio di via Piastowska, da cui nascerà Oneiron, “il luogo del sogno”: laboratorio d’avanguardia e primo nucleo del buddismo zen in Polonia. In quel contesto, un po’ periferico ma profondamente libero, Broll intreccia filosofia orientale, psicologia junghiana e ricerca artistica, dando forma a un linguaggio della coscienza. Negli anni Ottanta si ritira tra i monti Karkonosze, dove fonda una comunità buddista e continua a dipingere fino alla fine. I suoi acquerelli, rari ma coerenti, diventano dei portali mistici. Il cerchio è il suo segno costante, un esercizio quotidiano di attenzione e concentrazione. Nel rumore del nostro tempo, la pittura di Urszula Broll ci chiede di rallentare lo sguardo. L’attenzione, come insegna la sua pratica, è prima di tutto una forma di libertà e di resistenza. La prossima tappa sarà la galleria Matèria, nella Main Section, corridoio rosso, numero 7. Metti in pausa e schiaccia play quando sarai lì.
La seconda tappa ci porta nella Main Section alla galleria Matèria di Roma, dove Karen Knorr e Maïmouna Guerresi mettono in dialogo due visioni complementari. Geografie lontane e linguaggi diversi si incontrano nell’urgenza di usare l’immagine come strumento per indagare il rapporto tra corpo e architettura, potere e vulnerabilità. Karen Knorr si forma nella Londra degli anni Settanta, in dialogo con il femminismo e i cultural studies. Fin dagli esordi, la sua fotografia analizza le architetture sociali del privilegio e i codici estetici del potere. Nella serie dei primi anni Novanta intitolata Capital, esplora la City di Londra come teatro del capitalismo globale: spazi impeccabili e rituali di status diventano scenografie di un’autorità che si legittima attraverso la bellezza. L’opera fotografica "The Principles of Political Economy", realizzata alla Bank of England, è un elegante e inquieto memento mori della modernità: ci introduce in un luogo normalmente inaccessibile, anticipando il collasso del sistema economico e la fragilità delle sue fondamenta. Maïmouna Guerresi, intreccia spiritualità e simboli universali, unisce materiali umili e simboli sacri. Il corpo è un ponte che attraversa metamorfosi e riconciliazione. L’opera del 2025, "Eid al-Adha" (Festa del Sacrificio), è composta da piastrelle in ceramica modellate come canottiere femminili, disposte in una griglia rigorosa. Evoca un altare domestico della cura e del sacrificio, ma anche l’ordine asettico di una macelleria: il tubo metallico con ganci d’acciaio rimanda a un immaginario di violenza e consumo. Il riferimento al sacrificio di Abramo si trasforma in una meditazione sulla condizione femminile in un tempo dominato da sopraffazione e avidità. Nelle opere di Knorr e Guerresi lo sguardo si rivela come atto politico: un gesto capace di restituire al reale la sua complessità, sottraendolo a ogni semplificazione. La prossima tappa sarà la galleria Foco, sezione Monologue/Dialogue, corridoio Blu scuro, numero 15. Metti in pausa e schiaccia play quando sarai lì.
Nella sezione Monologue/Dialogue, con la galleria portoghese Foco, la terza tappa riunisce Clara Imbert e Manon Harrois: due giovani artiste francesi che intrecciano le proprie riflessioni sulla materia e sul gesto in un dialogo sensibile e aperto. Entrando nello spazio si percepisce un laboratorio silenzioso e vibrante. Le artiste, entrambe passate dalla Fonderia Artistica Battaglia di Milano, condividono l’idea del fare manuale come pratica di conoscenza e trasformazione, esplorando l’intersezione tra materia, percezione e intangibile. Nelle sculture di Clara Imbert, rigore e intuizione si fondono in forme che sembrano provenire da civiltà sospese tra passato e futuro. Tra le nuove opere, una scultura sospesa e riflettente evoca forme femminili e materie sensuali, come un reperto prezioso. Altri lavori, come “Runes” e “Le Gardien Silencieux”, ampliano la sua ricerca su portali e soglie. “Runes”, in calcare e quarzite, è la chiave simbolica di “Portal” (2024), scultura monumentale in acciaio inox installata in Francia. Le stesse geometrie si incastrano come in un gioco, trasformando l’opera in un codice che apre l’accesso a un altro spazio, reale e mentale insieme. Manon Harrois concentra la sua ricerca sul rapporto tra corpo, materia e ambiente. Durante una residenza in Portogallo, ha collaborato con una comunità di pescatori, intrecciando gesti quotidiani e processi naturali in un dialogo con il mare e i suoi ritmi. Da questa esperienza nasce “Tes yeux bleus ont pris la mer”, una grande scultura in lattice e filo di cotone, realizzata interamente a mano. La forma ricorda una rete da pesca e, al tempo stesso, un disegno sospeso nell’aria. Le trame derivano dai diari visivi che l’artista tiene da oltre quindici anni: un archivio di gesti e pensieri che qui diventa linguaggio affettivo e spaziale, capace di dare corpo all’invisibile. Per la prima volta, il disegno esce dal diario e si fa tridimensionale: una partitura nello spazio tra presenza e assenza. Il lattice, come una seconda pelle, conserva le tracce del tempo e respira come un organismo vivo, evocando intimità e paesaggio, vulnerabilità e memoria. In dialogo, le due artiste ci invitano a riconoscere come ogni segno lasciato sulla materia custodisca un sapere, un tempo, una possibilità di relazione. La prossima tappa sarà la galleria Danielian, sezione Back to the Future, corridoio lilla, numero 3. Metti in pausa e schiaccia play quando sarai lì.
La quarta tappa del percorso ci porta a Back to the Future con la galleria brasiliana Danielian, che presenta un progetto dedicato a Manuel Messias dos Santos, scomparso a Rio de Janeiro nel 2001. Artista radicale e introspettivo, trasforma il segno in linguaggio di conoscenza e libertà, restituendo voce e immagine a chi è rimasto ai margini della storia. Cresciuto tra la povertà del Nord-Est e le favelas di Rio, Manuel Messias dos Santos traduce la propria esperienza di vita in una scrittura visiva che unisce dolore e riscatto. Grazie alla madre, figura centrale della sua esistenza, che lavorava come domestica nelle case dell’élite culturale, accede ai corsi di Ivan Serpa al Museo di Arte Moderna di Rio, crocevia dell’arte moderna brasiliana. Lì scopre la xilografia, una tecnica diretta e fisica, in cui l’incidere diventa gesto, parola, liberazione. Il suo linguaggio nasce dall’incontro tra espressionismo e tradizione dei cordel popolari, libretti illustrati del Nordest composti di immagini essenziali e narrazioni orali. Da queste radici, l’artista elabora un codice simbolico e allusivo che riflette le tensioni e le ferite della dittatura militare, senza mai schierarsi apertamente. Alla fine degli anni Sessanta, con la serie "YUWW-EUNS" (interpretabile con il concetto di “Tanti me”), inventa un linguaggio autonomo, un sistema di segni e suoni concepito per comunicare ciò che non poteva essere detto. Una struttura visiva che diventa trama di resistenza, memoria e preghiera. Pur essendo un lettore appassionato, Messias completa la scuola elementare solo a trentatré anni: forse anche per questo, la scrittura visiva o verbale diventa per lui un atto di emancipazione. I segni di "YUWW-EUNS" parlano del legame tra terra, corpo e divino, evocando una spiritualità arcaica e vitale. Negli anni Settanta, nel pieno della dittatura, la serie "Nossa" assume il tono di un manifesto: le opere quadrate mostrano le fratture della società, quelle verticali aprono uno spazio di riconciliazione, dove l’immagine diventa ponte tra umano e sacro. Nell’opera di Manuel Messias dos Santos, segno, immaginazione e gesto custodiscono una complessa memoria e generano forme di libertà. La prossima tappa sarà la galleria Max Goelitz, sezione Present Future, corridoio nero, numero 1. Metti in pausa e schiaccia play quando sarai lì.
La quinta e ultima tappa del nostro percorso approda alla sezione Present Future con la galleria tedesca Max Goelitz. Qui l’artista coreana Ju Young Kim, nata a Seoul nel 1991, sviluppa un’estetica del transito, radicata nella propria esperienza di vita, dove identità e confini si fanno mobili e sfumati. L’allestimento diventa luogo d’attesa e di passaggio: tra pannelli semitrasparenti e una panca, il viaggio si manifesta come esperienza insieme fisica e mentale, avvolgendo le opere di Kim in un tempo sospeso. Sulle pareti si incontrano i lavori in vetro della serie “Cabin Temperature”, in dialogo con “A Green Door at the Butterfly House” della serie “AEROPLASTICS”. In “Cabin Temperature”, Ju Young Kim trasforma frammenti di viaggio: bocchette d’aria, tavolini, monitor in icone di un’esperienza sospesa tra standardizzazione e intimità. Ogni immagine, racchiusa nella forma di un finestrino, apre a uno sguardo che non è mai limpido: il vetro, con le sue imperfezioni, distorce e muove la visione, restituendo la fragilità stessa del vedere. Accanto, un frammento di soffitto d’aereo custodisce una piccola scultura in vetro colorato, modellata a mano. Dietro, una luce intermittente si accende e si spegne come un respiro, suggerendo presenza e attesa. A completare l’opera, una porta in acciaio tagliata al laser riprende il motivo di una maniglia Art Nouveau viennese: un ornamento che rivela la sottile tensione tra funzione e finzione, tipica dei non-luoghi dell’aeroporto. Durante Artissima, la presentazione è accompagnata da una performance sonora ideata con lo scrittore e curatore Guilherme Vilhena Martins, con cui Kim ha realizzato il libro d’artista “Air Conditioned Hours”. I testi del volume vengono diffusi come annunci di volo, allargando il linguaggio scultoreo dell’artista a un’esperienza acustica ed effimera. Nella capacità di Ju Young Kim di trasformare la mobilità contemporanea in produzione artistica attraverso interventi sensibili, si apre un orizzonte poetico: lo sguardo diventa movimento, e la Terra stessa una nave in viaggio continuo. Con questa immagine, ci salutiamo. Speriamo che questo percorso sia stato stimolante. Se vuoi un altro punto di vista sulla fiera, torna all’info point o sulla landing page delle AudioGuide e seleziona un altro itinerario. A presto, e buona Artissima!