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Moltitudini

Nell’ambito del percorso IDENTITY — sviluppato da Artissima con il sostegno di Fondazione Compagnia di San Paolo — Artissima presenta Moltitudini, un’inedita contaminazione progettuale che vede la poetessa Laura Accerboni confrontarsi con l’arte visiva in un percorso di ricerca, interpretazione e ibridazione di linguaggi. Una poetessa in residenza che apre la sua poetica a una dimensione percettiva e di ascolto dell’arte contemporanea, entrando in relazione e risonanza con sei artisti attivi a Torino: Guglielmo Castelli, Sara Enrico, Giorgio Griffa, Tom Johnson, Marzia Migliora e Laura Pugno.

Attraverso una serie di incontri (approfonditi più in basso in questa pagina), la residenza si configura come un attraversamento delle visioni degli artisti che hanno scelto Torino come luogo di vita e di ricerca, raccontando inoltre quella ritrovata vitalità artistica e attrattività internazionale della città, sempre più capace di richiamare artisti contemporanei e nuove tendenze da tutto il mondo. Il dialogo tra Accerboni e gli artisti si è sviluppato in modo libero e spontaneo con il sottofondo tematico della prossima edizione della fiera, che vede la fancy consentire ancora una volta ad Artissima la libertà di acrobazie interdisciplinari.

La residenza è inoltre protagonista della seconda edizione di Mondi Possibili. Dialoghi tra arte e letteratura, il palinsesto di incontri in collaborazione con la Fondazione Circolo dei lettori. Il Circolo dei lettori e delle lettrici, Torino e Artissima ospiteranno due incontri ad ottobre – uno al Circolo prima della fiera ed uno al Meeting Point in fiera – in cui Accerboni dialogherà con gli artisti coinvolti nel progetto, restituendo il processo di residenza al pubblico:

21 ottobre, ore 18.30 — Circolo dei lettori e delle lettrici
Laura Accerboni in dialogo con Guglielmo Castelli, Sara Enrico e Marzia Migliora

31 ottobre, ore 18.30 — Meeting Point di Artissima
Laura Accerboni in dialogo con Giorgio Griffa, Tom Johnson e Laura Pugno

GLI INCONTRI

Laura Pugno

Philtrum: il solco sul labbro superiore. La poeta americana Taije Silverman racconta che è un angelo a crearlo sul nostro corpo - quando si è vicini a uscire dalla pancia: con un dito lascia un’ impronta che toglie conoscenza e taglia il legame con ogni singolo elemento.
Prima di nascere sappiamo tutto: “il suono dei molluschi/ (...) l’origine del blu (...) Ogni sogno di morte e la sua forma di pesce, la sua traccia/ (...) Il pensiero delle rocce”.
Poi più niente. Non c’è rammarico - dispiace e non dispiace - non c’è nessun “Aspetta”, pronunciato “nella lingua che un angelo comprende”.
Mi sono chiesta più volte come mai il lavoro di Laura Pugno mi faccia pensare a questa storia. Come se mi trovassi davanti a un volto nel momento in cui il dito si appoggia ma ancora non compie l'intero movimento.

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Giorgio Griffa

Imperduto. “Ciò che rimane quando tutto si è dimenticato (...) ciò che sopravvive quando il resto è perduto”.
L’opera e le parole di Griffa creano un riflesso d’immersione a contatto con questo termine e non si ha più alcuna paura di scendere e non riuscire a risalire. Tutto il corpo improvvisamente riconosce i segni e ricorda quello che potrebbe fare, il movimento di quanto “non (gli) verrà strappato”.

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Marzia Migliora

Ho vissuto l’opera di Migliora come un telefono subacqueo che afferri inevitabilmente se te lo ritrovi davanti. Non si può farne a meno. Il perché ci troviamo lì non è importante, per qualche spinta siamo finiti a inabissarci. Quando lo prendiamo non abbiamo idea di chi potremmo chiamare ma dura solo un istante. Una moltitudine di voci ci parla e la nostra lingua si incastra perfettamente al suo interno. Il telefono subacqueo è la casa delle voci. Creature di ogni specie e forma.
Marzia Migliora riesce a far emergere tutta la forza e le possibilità di quel "loro" a cui — di solito già nel momento in cui si pronuncia — viene negato spazio, dignità, ragione.

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Sara Enrico

Vorrei avere un corpo così.
Un buio e una luce che illuminano cancellando l’ordine dello sguardo.
Un corpo solo simile a un corpo.
Dove non serve pronunciare i nomi delle singole parti né cercare un peso per spiegarle. Sdraiata a terra, intera e a pezzi, farei la superficie appena spostandomi.
Sarebbe un amore così grande.

Alla fine del nostro incontro, io e Sara Enrico siamo uscite nel terrazzino del suo studio che dà sulla diga. E una diga era proprio ciò che avevo sognato la notte prima: acqua da un lato, meno acqua dall’altro e cemento in mezzo.

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Guglielmo Castelli

Durante l'incontro, Guglielmo Castelli mi dona uno dei suoi cataloghi: “Improving songs for anxious children”. Dice che le pagine sono attaccate per coinvolgere anche il fruitore nel gioco: dovrà — per leggerle e guardarle — separarle l'una dall'altra.
Così ora mi ritrovo con un coltello in mano, cercando un lato da spalancare.
Spalancare, mi ripeto, non rompere. Ma poi vedo lo spazio “della spietatezza e della salvezza” coincidere: il gioco, se vero — dice Castelli — spezza, scompone e riassembla.

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Tom Johnson

Penso all’incontro con Tom Johnson e mi rendo conto che continuo a iniziare: ciò che percepisco davanti ai suoi disegni o alle sue performance arriva a un punto in cui cambia direzione e non si ferma.
Mentre provo a scrivere questo testo, mi sento come la donna di Cuoreanimale che mente al padre annuendo alla domanda “Hai buttato via le dita?”

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