Torino Artscape è la rubrica di Artissima che racconta le mostre in corso nelle principali istituzioni di arte contemporanea della città: un appuntamento fisso per scoprire i programmi espositivi, le visioni curatoriali e le espressioni artistiche più interessanti che animano la scena contemporanea torinese. Torino Artscape è un invito a esplorare Torino come punto di riferimento imprescindibile per gli appassionati d’arte, capace di offrire stimoli e qualità culturale durante tutto l’anno.
Questo nuovo appuntamento è dedicato alla Fondazione Merz.
GAZA, il futuro ha un cuore antico. Materie e memorie del Mediterraneo
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Fino al 27.09.2026
Nella penombra della sera inaugurale, un neon rosso attraversa lo spazio della Fondazione Merz, imponendosi come una frase sospesa: “in this issue: statement concerning the institutional history of the museum”. L’intervento di Khalil Rabah introduce il visitatore a una soglia che non è soltanto fisica, ma concettuale, invitando a interrogare il ruolo del museo e i dispositivi attraverso cui la storia prende forma.
Visibile fino al 27 settembre 2026, la mostra “GAZA, il futuro ha un cuore antico. Materie e memorie del Mediterraneo” – presentata dalla Fondazione Merz in collaborazione con il Museo Egizio di Torino e il MAH – Musée d’art et d’histoire di Ginevra – mette in relazione una selezione di circa ottanta reperti archeologici con le opere di sette artisti contemporanei palestinesi e internazionali. Più che una narrazione lineare, il progetto si configura come uno spazio di tensione, evitando una gerarchia tra passato e presente e costruendo invece un campo di risonanze.
Al centro si impone il tema della distruzione del patrimonio culturale, intesa non soltanto come perdita materiale di siti, oggetti e monumenti, ma come frattura che investe le comunità che a quei luoghi hanno dato significato, spesso disperse o scomparse a causa della guerra. In questo quadro, Gaza non è solo un caso emblematico, ma il punto di partenza per una riflessione più ampia sulla responsabilità collettiva verso la memoria.
I manufatti – tracce di scambi, ibridazioni e permanenze – restituiscono la profondità storica di un territorio che per secoli è stato crocevia tra Africa, Asia ed Europa, senza mai fissarsi come testimonianze chiuse. Messi in dialogo con le opere contemporanee, si attivano come presenze instabili, capaci di generare nuove letture. Il patrimonio appare così non solo come ciò che sopravvive, ma come ciò che può ancora essere rielaborato, trasmesso e condiviso. Senza cedere a una narrazione univoca, la mostra insiste su una dimensione plurale, dove tempi e prospettive si intrecciano lasciando emergere la complessità di un territorio che sfugge a definizioni semplificate.
Il percorso si chiude in un’atmosfera raccolta e quasi sospesa: in Phantom Votives (2025) di Dima Srouji frammenti di corpi in cera d’api pendono nello spazio come ex voto contemporanei. Ferite e preghiere insieme, affidate a una memoria fragile che non offre consolazione, ma chiede al visitatore di sostare, di guardare e di farsi parte di un racconto ancora aperto.
– Testo di Guia Agazzi